Social, drugs and Rock ‘n Roll

Mi sento una bomba compressa.
Passo il cellulare tra le mani, ho perso tutti gli amici e, oltre a questo, sento pulsare l’impossibilità di esprimermi come vorrei.
Come se cantassi davanti ad una platea vuota.
Eppure lo so che è tutto finto.
Sarebbe stato più semplice non avere affatto quei quindici giorni per ripensarci perché “loro” lo sanno che siamo fragili, inquieti, insicuri.
Eppure non tornerò indietro, non sono mai tornata indietro sulle scelte importanti.
In fondo so che questa è la strada dei pionieri, forse vestiti da sfigati, ma comunque coraggiosi.
Tanti anni di mantra e musica soft eppure c è un Rock che pesta dentro, che vorrebbe urlare e dimenarsi.
Ma poi sono mamma, poi sono psicologa, poi sono accordata a 432Hz.
Mi sento un cane legato e chiuso in un recinto, sentimento di molti, lo so, che poi si finisce a litigare con il passante che ti fa ‘cucci cucci’.
In un momento storico così ce la si prende con chi si ha davanti tutti i giorni.
Con chi posso arrabbiarmi per tutte le ingiustizie che sto vivendo, con chi se non con quella faccia che incrocio ogni giorno?
No, non è il mio caso.
Ma molti si lasciano, si abbandonano, eppure è tempo di unirsi.
Vi parlo dall’ “aldiqua”, tutto sommato sono ancora viva.
Ecco, mi sono suicidata la settimana scorsa, ho ucciso il mio profilo virtuale, 1300 amici di qua e 2000 di là mi compiangono, o forse neppure se ne sono accorti.
“Pensavi di potertene liberare facilmente?
Pensi davvero di poterne fare a meno? Chi saprà dei tuoi concerti? Di ciò che scrivi?”.
E ancora, “Hai sottovalutato la scelta. Ammetti di aver fatto un passo troppo estremo, troppo lungo per te”.
Ma sì. Ma no. Invece no.
Ecco, non avevo scelta, dovevo darci un taglio, come quando decidi d’interrompere bruscamente una dipendenza, come scegli di smettere di fumare e getti il pacchetto al primo bidone, o di bere, e vuoti tutte le bottiglie di superalcolici nel cesso.
Ogni tipologia di droga provoca effetti che possono essere piacevoli, gli effetti ricercati appunto; quando provi qualcosa di bello, il centro di ricompensa del cervello rilascia sostanze chimiche come la dopamina, un neurotrasmettitore che rafforza l’esperienza come desiderabile.
Tanta dopamina uguale desiderio di ripetere l’ esperienza e un comportamento che si radica, sempre di più.
C’ è chi è più predisposto, vittima di un’ infanzia difficile, chi ha un carattere fragile, vicissitudini non superate, una pioggia incessante di difficoltà sulla testa o chi ha troppo e troppo in fretta.
Ma nessuno è immune.
Gran parte di noi, di voi sono stradipendenti da questo aggeggio come se lo fossero da una sostanza.
Potreste ribattere che Facebook non è velenoso, non intossica il corpo come lo farebbero la cocaina o l’ eroina.
Sì. Ma anche no. Potrei argomentare che ogni volta che ci arrabbiamo rilasciamo nel nostro corpo una sostanza chiamata cortisolo, una sostanza velenosa che c’ intossica.
E quanto ci siamo infastiditi nel leggere ogni giorno commenti e insinuazioni di persone che credevamo intelligenti.
Quanto ci siamo affranti perché i nostri post non hanno ottenuto visibilità.
Quante nostre aspettative sono state deluse?
Quante a volte siamo stati giudicati oppure offesi da qualche commento?
Quante volte ci siamo emozionati grazie a quella dopamina di cui si parlava?
Quanto tempo abbiamo tolto ai nostri figli o ad un’altra attività per collegarci ancora e ancora?
E qual’ è il prezzo da pagare per la libertà di espressione, il voler condividere le proprie gioie, i propri affetti, il bello in cui ci si imbatte, le scelte, i colori, le note stonate, la propria arte?
Tutto che viene analizzato, catalogato, lo stesso tutto che smette di essere tuo e sicuro nel momento in cui lo condividi.
Non posso tornare indietro.
È stato bello, è stato droga, è stato sempre di più, mi sono prestata ma ora, all’ orizzonte, ne sento il pericolo, un po’ come quando senti umidità nell’ aria e tanti piccoli segnali quasi impercettibili e lo sai che sta per piovere a dirotto.
E di nuovo mi scopro a cercare sul display qualcosa che non c’è più. E ancora m’ imbatto in un paesaggio o in un bocciolo di pensiero che vorrei fotografare e condividere.
Perché non lo guardo solo con gli occhi del cuore nella preziosa ed esclusiva presenza di chi ho fisicamente accanto?
Sento il bisogno di parlare eppure non so più a chi dire, come dire, io che scrivo meglio di come parlo.
Le droghe creano dipendenza, interagiscono con il centro di ricompensa del cervello, il rilascio di dopamina provoca il desiderio di ripetere l’ esperienza.
Presto però ci si abitua e, per ottenere lo stesso effetto piacevole, si necessita di dosi di sostanza sempre maggiori.
La tolleranza cresce, la dipendenza prende piede e finisce sempre nello stesso spietato modo, ci si sente talmente giù da dover assumere droghe anche solo per sentirsi normali.
La disintossicazione è dolorosa, complicata, anche rischiosa, avviene quando il corpo inizia a liberarsi dalle tossine causate dall’uso di droghe.
Non ho crampi e spasmi, neppure brividi, sudore, tachicardia e vertigini, ma mi ritrovo a tu per tu con la mia dipendenza dai social.
Ci vorrà tempo, chissà quanto e non lo so se sperare in un nuovo luogo di aggregazione virtuale libero e giusto.
Mi piacerebbe, ma poi, se crea dipendenza?

Lisa Frassi
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