Cercasi fede disperatamente

Mi è piaciuta tanto la serie Netflix ‘Shtisel’, ambientata nella Gerusalemme ebraica ultra ortodossa.

Una piccola comunità trincerata dietro lo studio esclusivo e l’interpretazione della Torah pone al centro di tutto la famiglia, una vita semplice e sobria, le rigorose pratiche religiose, la netta divisione dei ruoli maschili e femminili, l’ amore deciso a tavolino, il tutto minato da un mondo che si spinge in direzione contraria, il nostro mondo, dove tutto è a portata di mano, tra misvalori, globalizzazione, progresso dirompente e immagini sfacciate che tuonano su certezze e punti saldi.
Al di là del fatto che la serie mi ha appassionato perché permeata da umorismo e conclusa nel migliore dei modi, con l’ evoluzione evidente delle nuove generazioni che riscattano i genitori, realizzandone e trasformandone i limiti, mi domando quante realtà abbiano bisogno di cucirsi addosso una camicia di forza per poter sopravvivere, per poter proteggere i propri seguaci da input fuori controllo.
La fede. Per me è quella bolla che mi creavo attorno per addormentarmi quando da piccola ero sola in casa.

Una bolla che mi avvolgeva, in cui potevo stare tranquilla che tanto Dio mi avrebbe protetto.
La mia fede erano le preghiere prima di dormire, non i rigidi schemi di quel prete che lasciava fuori dall’ oratorio mia cugina perché indossava la gonna.
La mia fede non era la messa della domenica, e neppure i vespri infatuati di quel ragazzo moro due banchi davanti a me.
Era il mio rapporto con Dio, nelle pareti della mia camera.
Con il passare degli anni mi sono trovata più vicina alla visione di chi, come il Dalai Lama, cerca la conciliazione, l ‘unità tra le differenti religioni che possono solo arricchire e rafforzare la propria fede.
Quanti credo si sono trincerati dietro muri per poter essere realizzati, quante barriere invisibili hanno diviso comunità.
Che poi, in una realtà stagnante non c è evoluzione perché manca un soffio d’ aria straniera, un profumo, una lettura che apporti nutrimento e novità.
E senza il fluire dell’ energia un ambiente chiuso tende ad esaurirsi.
Come si può dunque permettere e favorire uno scambio senza che il nuovo snaturi e minacci una comunità che condivide un suo credo, le sue certezze?
Apertura è necessariamente contaminazione?
Sono le situazioni conosciute che ci fanno evolvere oppure l’incontro con lo sconosciuto? E quanto conta la modalità in cui lasciamo entrare il nuovo quando esso bussa alla porta?
Parliamo del cambiamento per esempio, è un po’ la stessa cosa, noi abituati a uno schema sistematico da ripercorrere ogni giorno, eppure l’anima in evoluzione sussurra un bisogno di lasciar andare il vecchio e rimodellare una vita diversa.

La paura di lasciare andare erge muri statici che non ci corrispondono.
La paura di morire stride con la nostra fede, ci rende incoerenti.
La fiducia nella propria metamorfosi e nel nuovo e sconosciuto ha a che fare con la fede, con l’ affidarsi ad una volontà divina più grande di noi o, semplicemente, ad una nostra saggezza innata che fa parte di quel Dio, sovrano dell’ ovunque.
Om namah shivaya, ovvero “sia fatta la tua volontà”.
Lontano dagli estremismi ma con il cuore legato all’ immensità del tutto.

Lisa Frassi
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