Sono al volante, ormai è quasi buio, le giornate si stanno accorciando.
Poca luce sulle strade di qui, solo qualche lampione quando s’ incrocia una rotonda e spesso neppure quello.
Ho il faro della macchina bruciato, il lato destro credo, i miei bimbi sono dietro abbastanza quieti, forse uno dei due crollerà da qui a poco.
Un nodo in gola quasi sciolto, quel nodo che non ti fa parlare quando ci sarebbe troppo da dire.
Veniamo da una festina di compleanno e stiamo tornando a casa. Penso che mi dispiace tanto deludere le aspettative di quelle mamme, mi guardano così, non capiscono perché non manderò mia figlia a scuola pubblica neppure quest’anno.
Era una scuola carina, quella di San Pantaleo, tutte le mamme parte di una piccola comunità, si, tutto sommato accogliente quanto basta per il bene dei figli.
Bianca ha frequentato un anno e mezzo e poi è arrivato quello che già sapete, e con ciò la dad, il distanziamento, la paura, le discriminazioni.
La sfiducia.
Come glielo spiego alla maestra Giuseppina?
Quest’anno è andata in pensione, ma ci ha sperato fino all’ ultimo che questa mamma un po’ strana, che poi sarei io, rimandasse sua figlia a scuola.
Non comprende, accetta certo, timidamente si avvicina e mi chiede cosa farò quest’ anno.
Mi chiede cosa preferisce Bibi, la sua classica classe nelle mura di una vecchia scuola o la libertà dell’ anno passato.
“Ora è troppo libera, come fara’ a tornare a scuola?”
È preoccupata, io taccio, mi sento un’ aliena, come glielo spiego alla maestra che non è lei, non è la classe classica, non sono le mamme, anzi mi sento male, in colpa per averle chiuse fuori da me, da noi.
Sono tutte brave persone.
Come esprimo il mio disappunto, la mia totale sfiducia in un sistema che vuole distanziare e isolare bambini, che vuole iniettare a tutti, loro compresi, questo siero genico di discutibile utilità e possibile danno irreversibile?
Come spiego alla maestra Giuseppina che temo ingiustizie, discriminazioni, incursioni, la violenza di un pensiero unico che regala panini pur di pungerti e impedisce accessi e diritti di ogni essere umano?
Che i bambini non si toccano? Che i nostri politici sono spietati criminali o solo poveracci ricattati, ricattabili?
Come racconto ad una persona onesta che ha insegnato quarant’anni nella scuola pubblica che il percorso di scuola parentale frequentato da Bianca lo scorso anno è stata una bolla di felicità e normalità in cui ha potuto muoversi e respirare? Che forse l’ indottrinamento forzato e frontale porta i bimbi più a sentirsi parte di un gregge che ad essere realizzati, forti e liberamente pensanti?
E così taccio. Sorrido e abbasso gli occhi, non senza dispiacere nel cuore.
Come sono diventata così? Io che sono stata parte di quell’ universo di pecore fino all’ università e che non avrei mai messo in discussione nulla prima dei miei trent’anni?
Non lo so. Forse ho subito un sortilegio.
Una trasformazione. Forse ho sempre pesato tutto con spirito critico, cercando di non accontentarmi delle fiabe o di una vita mediocre.
Ma se mi osservo ora sono molto di più di quanto non ero una manciata di anni fa.
Penso di sapere, a grandi linee, quando tacere, quando parlare. Mi so difendere, più o meno.
So lasciarmi scivolare addosso le scemenze.
So come ammalarmi. So come non ammalarmi. So come stare bene e colgo le motivazioni di quando troppo bene non sto.
Sono alchimista di emozioni, le trasformo in musica, in scritti.
Riconosco una fregatura, smaschero una bufala, quasi sempre.
Colgo le intenzioni degli altri, celate dietro ogni parola, sincera o non.
Mi sento in colpa se deludo, se ferisco e aimé, so di averla delusa maestra Giuseppina.
Ma non posso farci niente, non posso che essere coerente con ciò che sono intimamente.
Posso accettare la diversità di pensiero e di scelte ma desidero che gli altri rispettino la mia lettura degli eventi e le mie, di scelte.
Non sono confusa, maestra, magari confondo solo le idee altrui ma quest’anno Bianca ripeterà l’ esperienza di scuola parentale, si presenterà a giugno davanti ad una commissione che la giudicherà e passerà in quinta elementare ma con tante più esperienze arricchenti dentro, percorsi che non sarebbero possibili nella scuola pubblica, dove gli aspetti del benessere, delle emozioni, dell’ arte, della musica, della libera espressione dei talenti spesso non sono previsti.
Spesso non sono previsti neppure un giardino, un albero.
Dico spesso perché sono i maestri, le maestre e le guide speciali che fanno la differenza.
Voglio ringraziarla, maestra Giuseppina, maestra Antonella, maestri che date il vostro meglio e l’ anima perché siete voi che riuscite a dare senso, forza e bellezza ad un sistema crepato, usurato e violato.
Siete la linfa vitale che scorrerà nelle spine dorsali degli adulti di domani.
Grazie infinitamente a voi che, dall’ interno, continuate a credere e a sacrificarvi per loro.
Questa è una celebre lettera che Abramo Lincoln inviò all’insegnante di suo figlio il primo giorno di scuola, immaginiamo che essa sia il sentiero da seguire per questo anno di scuola.
“Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà Fede, Amore e Coraggio. Quindi, maestro caro, la prego di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere. Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico. Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Gli faccia però anche comprendere che per ogni farabutto c’è un eroe, che per ogni politico disonesto c’è un capo pieno di dedizione.
Gli insegni, se può, che 10 centesimi guadagnati valgono molto di più di un dollaro trovato; a scuola, o maestro, è di gran lunga più onorevole essere bocciato che barare. Gli faccia imparare a perdere con eleganza e, quando vince, a godersi la vittoria. Gli insegni a esser garbato con le persone garbate e duro con le persone dure. Gli faccia apprendere anzitutto che i prepotenti sono i più facili da vincere.
Lo conduca lontano, se può, dall’invidia, e gli insegni il segreto della pacifica risata. Gli insegni, se possibile, a ridere quando è triste, a comprendere che non c’è vergogna nel pianto, e che può esserci grandezza nell’insuccesso e disperazione nel successo. Gli insegni a farsi beffe dei cinici. Gli insegni, se possibile, quanto i libri siano meravigliosi, ma gli conceda anche il tempo di riflettere sull’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina.
Gli insegni ad aver fede nelle sue idee, anche se tutti gli dicono che sbaglia. Cerchi di infondere in mio figlio la forza di non seguire la folla quando tutti gli altri lo fanno. Lo guidi ad ascoltare tutti, ma anche a filtrare quello che ode con lo schermo della verità e a prendere solo il buono che ne fuoriesce.
Gli insegni a vendere talenti e cervello al miglior offerente, ma a non mettersi mai il cartellino del prezzo sul cuore e sull’anima. Gli faccia avere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso. Gli insegni sempre ad avere suprema fede nel genere umano e in Dio.
Si tratta di un compito impegnativo, maestro, ma veda che cosa può fare. È un bimbetto così grazioso, ed è mio figlio”.


