Qualche sera fa, con un gruppo di amiche, siamo andate in discoteca dopo almeno quindici anni di assenza dai locali da ballo. Perché il tempo passa, perché gli interessi cambiano, perché due figli fa, perché non c’ è più stata l’ occasione, perché sono sentimentalmente appagata, eccetera eccetera.
Ed eccoci lì, spettatrici di quel fenomeno sociale in cui, il grande protagonista che riempie buchi, spazi, borse, taschini, mani impacciate rimane sempre il solito, indiscusso cellulare.
L’ onnipresente telefonino è ormai un prolungamento del nostro sistema nervoso centrale, lo usiamo per orientarci, per avere l’ impressione fisica di portarci il mondo appresso.
Parte integrante del pensiero, della mente e del presente delle persone è un oggetto che ci ha reso più passivi e viziati, rinchiudendo in una bolla di edonismo autoreferenziale gli esseri umani, privandoli del buon utilizzo dei loro sensi, in particolare dell’orientamento e dell’intuito.
Nessuno resiste al suo fascino ma c è chi riesce a viversi il presente e una compagnia vivida e reale e chi si isola totalmente da tutto quanto per sorridere alla camera. Per sorridersi.
Il locale dell’ altra sera risultava perfetto in ogni sua espressione estetica, la piscina, le luci, le lanterne, le fiaccole nelle mani di danzatori, le foglie di banano, le acconciature sopra le mode del momento.
Mi sono sorpresa nel provare, dopo l’ impaccio dei primi minuti una sorta di compassione per tutte quelle ragazzine, così belle, sfacciatamente belle, alla ricerca di un qualche approccio maschile o semplicemente interpersonale in una vetrina che in qualche modo lo impediva. Uomini non mi pare ce ne fossero, nulla che potesse suggerire la virilità, la spina dorsale, il coraggio o il cercare di buttarsi a piedi pari nel tentativo di un approccio. Nulla di tutto ciò. Qualche pantaloncino attillato, qualche camicia su petto abbronzato e depilato, qualche annoiato kilo di troppo, insomma, tanta fatica per un selfie, per poter raccontare in tempo reale l’ indomani ‘ ieri sera ho fatto tardi’, ho molleggiato le anche stringendo un mojito in una mano mentre nell’ altra tenevo quel surrogato di relazione, il cellulare.
L’ aspetto più curioso di tutta questa situazione erano i richiami estetici agli istinti e riti primordiali, una vetrina di qualcosa di antico, atavico, spirituale, sessuale, naturale, bello da vedere, ma invivibile, impossibile, una mostra fredda di un qualcosa spogliato della propria anima. Ho assistito a una scena simile l’anno scorso in un ristorante del centro di San Pantaleo; i camerieri e l’ animazione si erano vestiti da indiani d’ America e anche le portate, la musica, il contesto rappresentavano il mondo dei nativi. Immaginate il paradosso, la finzione, la derisione di un popolo di cinque milioni di abitanti milioni di anni più integro ed evoluto di ciò che siamo adesso, sterminato, riesumato e agghindato a festa.
Sospiro, Penso al locale dell’ altra sera.
A tutti che danzavano da soli, in vetrina.
La passione, la sostanza, non sono state fatte entrare. Se ne sono rimaste fuori, in coda all’ ingresso, a litigare con il buttafuori perché non erano sulla lista.
Oddio, dov’è è quel travolgimento di balli sudati e gli sguardi vertiginosamente vicini e i salti con le mani al cielo e la complicità, e la facilità di quei baci azzardati, affiatati, improvvisati, bizzarri?
Dove la giovinezza che scalpita e si esprime nel suo apice di gloria e di forza?
L’ umanità in vetrina nuota in superficie e a me manca sempre di più quel passato là. Non mi abituerò facilmente, rimarrò vicina ai reietti di un presente che vive tutto profondamente e fino in fondo.
E suonerò per tutta la vita una musica imperfetta ma viva e sentita, con la certezza di voler vivere ogni spazio e profondità con passione e coraggio.


