Ero alle scuole medie, seconda fila tutto a destra in una classe di pupazzoni distratti che, attraverso i miei piccoli occhi, sembravano ragazzi grandi.
Anna era una figura dolce, dai capelli radi, esile perché asciugata dal tempo; non l’ho conosciuta abbastanza, è uno dei tanti incontri giusti che accadono in un tempo sbagliato.
Nulla sapevo dei miei insegnanti, non avevo di loro grande curiosità, tutta la mia energia era diretta ai libri, ai quaderni, alle interrogazioni.
C’era ancora quella certa formalità che ci divideva, noi ad occupare i vecchi banchi verdini e la cattedra con il maestro che custodiva il nostro sguardo, la nostra precaria attenzione.
Il mondo della scuola aveva il sapore delle gomme e delle bic profumate ma c’erano momenti fatti solo di fogli, squadre e matite; a volte c’ era permesso usare le 2B, quelle che viaggiavano morbidamente sul foglio ruvido da disegno, quelle che sbavavano se ci finivi sopra col gomito o con il resto della mano.
Mi piaceva educazione artistica di cui ricordo ben poco, la Venere del Botticelli, una testa di cavallo, una natura morta, un vaso di fiori, quante volte ci sta la testa in un corpo nelle proporzioni di Leonardo. E poi c’è quello schizzo che lei mi fece, la mia espressione concentrata impressa nel ritratto di quel momento preciso, qualche ciuffo di capelli davanti agli occhi, la coda di cavallo, i piccoli orecchini azzurri, il tutto reso eterno dal tratto instabile di chi ha il Parkinson.
La sorte. Non guarda in faccia nessuno, neppure un’ artista dalle mani d’oro come Anna.
È lei che mi consigliò di intraprendere il liceo artistico dopo le scuole medie.
E invece mi sono incaponita nel voler percorrere un’altra direzione poco in linea con i miei talenti, forse influenzata dalla credenza dei miei genitori, giusta o erronea che fosse, che l’arte, come la musica, non mi avrebbero fatto mangiare.
Bisognava costruirsi una professione nella società, un ruolo serio e riconosciuto.
Avevo sbagliato epoca, dovevo nascere quando le arti e la musica avevano più considerazione e valore.
Ma tanto ogni tempo lancia delle sfide da sostenere e lo fa quando meno ce lo si aspetta, questo lo abbiamo appena imparato a caro prezzo.
E dunque si, il mio potenziale artistico è rimasto tutto là, mai più coltivato ed espresso, tanto che se mi chiedono di disegnare una pecora o peggio ancora un ornitorinco non saprei da che parte iniziare.
È buffo essere diventati grandi ed evoluti in tanti aspetti pratici o matematici e trovarsi a disegnare come un bambino o a cantare come un cane quando le arti sono tutto ciò che di più bello esiste subito dopo la natura.
Perché dunque non approfittare di questo periodo in caduta libera per riappropriarsi dei propri talenti?
Negli anni scorsi siamo stati travolti e illusi dalla velocità e dalla frenesia, dall’ onnipotenza di poter fare e andare in qualsiasi luogo in una manciata d’ore. Avremmo potuto fare colazione a Londra, pranzare a Parigi e cenare a Roma, tutto lo stesso giorno, in un percorso pazzo d’esplorazione superficiale di tutto.
E poi, quando meno ce lo si aspettava, abbiamo incontrato lo ‘Stare’, quel luogo in cui sono vissuti la maggioranza dei nostri antenati, che non volavano a destra e a manca, che non correvano in moto, in macchina, che non uscivano dallo Stato per il weekend.
Possiamo ora affrontare il viaggio dentro noi stessi, possiamo visitare e conoscere i nostri talenti e approfondire tratti di noi.
Possiamo migliorare le relazioni profonde che abbiamo, dedicare cura al luogo che ci accoglie, sia alla nostra casa che al nostro corpo.
Possiamo davvero scoprirci liberi in questo senso, nell’ aprire nuove porte o chiudere definitivamente altre che sentiamo stridere con la nostra essenza.
Per quanto mi riguarda approfondirò l’uso dell’acquerello, io che dipingo concentrata sul foglio ruvido, con i capelli raccolti in una coda di cavallo e qualche ciuffo ribelle, gli orecchini azzurri e qualche linea marcata sul viso.


