Le vite degli altri

Quante vite diverse.
Quante vite abbiamo la possibilità di vivere in un’ esperienza terrena?
L’ accadimento di qualcosa di traumatico dà il via ad un cambiamento importante.
Cambiamo luogo, pelle, città, stato, lavoro.
Cambiamo partner, nel mezzo del cammin di questa vita, cambiamo orientamento sessuale.
Dalla città migriamo in campagna, dai ritmi frenetici di una professione senza respiro ci ritiriamo nell’ eremitaggio sul monte Pace.
Guardiamo le vite degli altri dalla serratura di uno schermo, stili così diversi dal nostro eppure interessanti, immortalati in una serie Netflix, raccontati da un libro o direttamente da qualcuno che viaggia in continuazione.
Sarebbe bello poter scambiare la vita con quella di un altro per 24 o 48 ore, sarebbe interessante ed educativo, stimolante, contrasterebbe il giudizio e la discriminazione, favorirebbe empatia e simpatia. Avremmo libero accesso all’ emotività e alle debolezze degli altri, scoprendo così che non sono poi troppo distanti da noi.
Abitare tra l’ottava e la 32esima strada nella città che conta con i numeri le innumerevoli vie, un breve accesso alla luce diretta del sole per quella mezz’ora di passeggiata in un parco immerso tra il cemento.
Abitare in una metropoli, la sveglia sempre alla solita ora, la divisa quotidiana ripulita e stirata, che sia il grembiule e il cappellino di un fast food o il tailleur o la giacca stirati e inamidati, per poi raggiungere la cucina del solito locale o tornare ad occupare una scrivania ai piani alti.
Respirare ogni giorno l’odore di kebab o gli scarichi di un inceneritore, ascoltare una voce che annuncia orari e il rumore stridulo di un treno che frena sui binari, farsi strada con la voce tra gli schiamazzi di bambini, lavorare con una palla, le tante palline da tennis che rimbalzano a terra e sulla racchetta, la palla da calcio che batte sui piedi in corsa e il rumore di un fischietto, le scarpe di gomma che stridono nel campo di un palazzetto al chiuso mentre il rumore della palla si fa strada in un canestro o su una rete.
Il tintinnio delle forchette e dei piatti in un ristorante, quello delle tazzine pulite e bollenti in un bar.

Mi piacerebbe anche solo per una manciata di ore vivere la vita di un poliziotto che se ne va in giro per le vie della città seduto accanto al suo compagno di ogni giorno per controllare che tutto fili liscio e ordinato. Addentarei mezzo sandwich tonno, pomodoro e maionese per poi lasciare l’altra metà nel sacchetto di carta infilato nel cruscotto della macchina. Mi apposterei proprio sotto un cavalcavia a lato della strada, scenderei sistemandomi le braghe e allacciando per bene la cintura per poi appostarmi a stoppare le macchine con la paletta nella mano dentra; assisterei allo spettacolo delle medesime espressioni e giustificazioni recitate dagli automobilisti. Terminata la pazienza, mi dirigerei verso il solito bar e, occhi negli occhi con la barista sorridente dal trucco perennemente sbavato, tragugierei un caffè bollente sentendomi gratificato dal rispetto artificioso dei passanti solo per la divisa che indosso.
Beh, certo che mi piacerebbe anche e parecchio di più vivere per qualche giorno nei panni di una Rockstar come Bruce Dickinson, parcheggiare il mio aereo personale nel privè proibitivo di un aereoporti per poi trovarmi ad esaltare, vestito da cacciatore di cinghiali, i migliaia di seguaci che urlano squarciatamente i testi delle mie canzoni.
Non sono fatta per la vita d’ufficio, per la ripetitività, ho bisogno sempre di stimoli e progetti nuovi.
Allo stesso modo non potrei sopportare il chiasso assordante di un’ acciaieria attutito dai tappi schiacciati nelle orecchie.
Preferirei portare in giro il mio gregge di pecore o un gruppo di cani a pisciare e sgambettare nel parchetto di una città, spazzolare il manto dei cavalli in una fattoria; ma potrei anche lavorare come barista osservando, seppur per pochi istanti, le vite degli altri.
Preferirei di gran lunga caricare e scaricare materiali o legna al discreto e costante suono di una stampante, di un fax, di un computer in ufficio pubblico.
Sperimentiamo il nostro vivere di ogni giorno
accompagnati dagli stessi personaggi, i medesimi mezzi e luoghi, le parole a tema, spesso solo quelle, ribollite e rassicuranti.
A volte capita l’eccezione, l’ evento straordinario che crea scompiglio e obbliga ad improvvisare direzioni alternative. Generalmente sono scocciature, non è male vivere questi momenti come occasioni per sperimentare percorsi diversi.
Uno dei miei film preferiti rimane ‘Yes man’, immaginate come sarebbe se tutti quanti dicessimo sì a tutto, un bizzarro ed imprevedibile caos quotidiano.
‘Do your best and leave the rest’ recita il motto dei maestri yoga in India per stimolare ed azzittire i plotoni di occidentali che cercano il Nirvana.
Avendo o no la scelta di cambiare la nostra vita, ci sentiamo comunque cullati da quella sorta di ripetitività e ciclicità, che va anche bene ma, nel mentre, non dimentichiamoci di divertirci tanto, il più possibile

Lisa Frassi
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