Facciamo la pace

Pensavo che l’ avessimo scampata.
Sul serio, il racconto dei tempi di guerra me lo fece mia nonna, nata nel 1910.
Ero alle elementari e avevo il compito di sottoporla ad un’ intervista ma non ne cavai fuori un ragno dal buco. Avevo anche provato a registrarla ma si continuava ad impaperare e non sono riuscita a prenderla seriamente quella testimonianza di guerra.
Era stata un’ occasione per ridere con lei, mia nonna.
Ero troppo piccola.
Pochi anni dopo ho ascoltato i racconti dello zio di mia madre, un altro grande riferimento affettivo dalla mia infanzia.

Nel corridoio della sala aveva incorniciato un attestato al valore, era stato nominato cavaliere.
Era stato partigiano, aveva salvato davvero tanti compagni. Aveva conosciuto la fame, il dolore, la fatica, la guerra.
Era tornato a casa, da mia zia Carla, sua fedele compagna di vita dall’ età di quattordici anni.
È stato vigile urbano fino alla pensione.
Girava per la città in bici, a volte con me piccola seduta sulla canna o, se si recava nel pezzo di terra che coltivava appena fuori città, prendeva la sua ritmo marrone dai sedili protetti dalle stuoie, caricava me e mia zia e ci portava nell’ orto dove indossava i suoi stivali di gomma sporchi di terra.
Quando era stanco il suo volto diventava più serio, smetteva di fischiettare e, tolta la camicia, si sedeva su una sedia di legno e metallo verde, rimanendo con una canottiera bianca da cui sbucava qualche escrescenza o imperfezione della pelle. In stile Fantozzi, per rendere l ‘idea.
Lo ricordo così, un omone alto e robusto che non era stato abbattuto né dal dolore né dai fucili e neppure dalle difficoltà della vita, tra le quali il non poter avere figli.
È morto in una casa di riposo parecchi anni dopo, confuso, ormai perso, nei ricordi o chissà dove.
Che bella la vita di prima in cui era tutto normale, il volto scoperto, solo i banditi con il fazzoletto su naso e bocca.
Pensavo fosse roba del passato le guerre, le ingiustizie.
Quanto sono stata ingenua nel credere che sarebbe durata per sempre quella pace, quella sensazione di libertà.
Sarà stata fasulla ma sapeva proprio di vero.
E poi il resto lo sapete.
Faccio parte della minoranza che ha scelto di non vaccinarsi.
Guardo coetanei e un corteo di persone che stanno dall’ altra parte, forse a ridicolizzare me che provo dolore per loro.
Eppure mi piacerebbe tanto che ci si potesse rispettare nelle scelte.
Capisco chi lo ha fatto. Fino ad un certo punto ma accetto.
Opporsi oggi è difficile, abbiamo vissuto una manciata di mesi traumatici, la nostra normalità è stata stravolta.
La campagna vaccinale ha messo in campo tutte le regole del marketing ad oggi conosciute, silenziando migliaia di voci spesso pertinenti e profondamente sensate, seducendo e convivendo le masse.
Faccio parte di una minoranza che ha tentato in tutti i modi di avvisare, risvegliare, scuotere, instillare il dubbio nella mente del popolo, una minoranza che, al momento, viene derisa e zittita con la macchina del fango, ma che ancora borbotta e si tiene stretta alla terra, ai valori, all’ umanità.
Una minoranza che si sente accerchiata, stigmatizzata e per questo si difende e si ritira in un angolo di bosco.
Mi piacerebbe tanto che fosse possibile lasciare gli estremismi per incontrarsi ed accettarsi.
C è chi cerca di dimostrare che i vaccinati, oltre a sviluppare malattie e morire in un tempo più o meno breve, sono contagiosi e pericolosi per coloro che non hanno ceduto alla puntura del secolo, con tanto di prove o presunte tali.
Io però non voglio vivere nella paura ma agganciata alla bellezza di ogni singolo giorno, determinata nel rimanere ancorata al presente perché poi non lo sappiamo.
Non sappiamo neppure quanto vivremo, due giorni, due mesi, vent’anni, quaranta. Tre ore.
Ecco perché la qualità del presente è sacra.
Non voglio pensare che un vaccinato come per esempio mia madre possa essere pericoloso per mio figlio o per me, possono presentarmi studi e teorie ma non intendo vivere il mio futuro prossimo nella sfiducia e nell’angoscia.
Ci penserà il nostro sistema immunitario a proteggerci ed è lì che cercherò di investire e migliorarmi.
E anche chi ha ricevuto i vaccini non è detto che svilupperà alcun male, ognuno reagisce in modo diverso e ci sono tante variabili che possono entrare in gioco e un sistema immunitario forte potrebbe debellare tutto.
Vorrei davvero che fosse possibile continuare ad abbracciarsi indipendentemente dalla scelta che si ha preso.
E soprattutto spero sia possibile trovare dei momenti di confronto anche con ciò che riteniamo così diverso da noi perché darsi ragione imperterriti e accerchiarsi solo di similissimi può risultare facile ma è anche abbastanza pericoloso e limitante.
Ogni spazio chiuso senza un fluire di novità è destinato a fallire ed esaurirsi.
Come al solito i saggi hanno ragione, la via da percorrere è il sentiero di mezzo.
Ora voglio godere appieno di questa estate, della bellezza della vita, di ogni singolo attimo, incontro, evento culturale, scambio, di ogni singola passeggiata, il boccone di un cibo delizioso, i fiori sbocciati, il profumo della campagna, il clima mite che ti accarezza le spalle all’imbrunire.

Lisa Frassi
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