Ho imparato a stare. Senza fretta, senza bisogno di correre indietro, correre avanti,
correre.
So riconoscere ciò che è per me fondamentale e ciò che non lo è,
i veri pericoli da un lato e i mostri, che vivono solo per intimorire, dall’ altro.
Sono grata di tutto ciò che c’ è, benedico e venero la natura.
La pande-repressione (o pan-depressione) è stata un cammino profondo di rivoluzione per molti.
Le priorità invertite, il tempo perso e ritrovato, le profondità esplorate, la morte incontrata faccia a faccia.
La mancanza di libertà. Che poi, quando si aveva tutto, noia e incompletezza rovinavano la festa.
La normalità. Che ha bisogno di sparire per permetterci di sentirne la mancanza, come quando ci si ammala di un brutto male e poi si scopre il valore inestimabile della salute, la preziosità dello stare bene, di un corpo che funziona.
E ogni giorno diventa un lieve e prezioso dono.
Gioisco con il canto frizzante degli uccelli e ogni gemma è per me una carezza.
Non temo più il viaggiare nel tempo e nei ricordi ma, anzi, posso farlo, ergermi in volo per tornare ad assaporarne i dettagli; sento nitide le voci dei vivi, dei morti, vedo i luoghi intatti, i colori negli attimi, visito solo ciò che è stato bello, emozionante.
Ciò che vale la pena di tornare a trovare.
Il passato è accessibile, posso calarmi nel pozzo ma riemergere in ogni momento, salda e forte di un presente che mi nutre e mi tiene stretta.
Ho sviluppato maggiore empatia e tenerezza verso le persone, forse questo è il traguardo più importante, addolcita dall’ esperienza d’ insegnamento ai bambini, dal trovarmi sulla stessa arca di Noè con miei simili, sotto una perturbazione che sembra non esaurirsi.
Non mi lascio facilmente intimorire da ombre del passato e neppure da spaventapasseri vestiti da truci giustizieri.
Se c’è un cane che abbaia, accetto di non piacergli, io come altri o forse penso che abbia semplicemente fame.
Sono stati due anni di grande cambiamento, dentro me, come non mai.
Posso rispondere oppure no, ad una domanda, ad una provocazione.
Posso scegliere se agire o osservare le navi all’ orizzonte che occupano il mio spazio visivo e se ne vanno, semplicemente, passando oltre.
Rispondo alla chiamata del realizzare il mio pensare, il mio dire il mio fare, la migliore versione di me rappresenta la mia missione.
E non è per nulla un caso se responsabilità deriva dalla parola rispondere.
Ho imparato a rispondermi attraverso la presa di responsabilità.
Ad avere fiducia in me.
A lasciare che sia.
A combattere solo le battaglie per cui valga la pena.


